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Focus crisi d'impresa e ristrutturazioni - il pubblico ministero tra «vecchia» legge fallimentare e nuovo codice della crisi

10 Aprile 2019

Il ruolo del PM nel fallimento e nella liquidazione giudiziale - di Marco Rubino, reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

Il nuovo Codice della crisi, così come l’attuale Legge fallimentare prevede che la procedura possa essere aperta non solo su ricorso dei creditori o dello stesso imprenditore, ma anche su richiesta del pubblico ministero: ecco quando.

Recita l’art. 5, l. fall., che il fallimento è dichiarato su ricorso del debitore, di uno o più creditori o su richiesta del pubblico ministero. A riguardo, il successivo art. 7 prevede che il pubblico ministero presenta richiesta di fallimento quando l’insolvenza risulta:

  1. nel corso di un procedimento penale ovvero dalla fuga, dalla irreperibilità o dalla latitanza dell'imprenditore, dalla chiusura dei locali dell'impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell'attivo da parte dell'imprenditore;
  2. dalla segnalazione proveniente dal giudice che l'abbia rilevata nel corso di un procedimento civile.

Sulla questione la Corte di Cassazione ha assunto un orientamento ormai consolidato, sintetizzabile nei seguenti punti:

  1. venuta meno la possibilità di dichiarare il fallimento d'ufficio, la legittimazione del p.m. a richiedere il fallimento sussiste in tutti quei casi nei quali egli sia venuto istituzionalmente a conoscenza dello stato di insolvenza dell’imprenditore;
  2. in particolare, la conoscenza dell’insolvenza, da parte del p.m., può risultare sia da notizie apprese nel corso di un procedimento penale pendente, sia dalle condotte, del tutto autonome, descritte nella norma (irreperibilità, latitanza, chiusura dei locali, ecc.);
  3. da ciò discende che per legittimare l’iniziativa del p.m. non è necessaria la pendenza di un procedimento penale che potrebbe addirittura mancare;
  4. infine, la conoscenza dello stato di insolvenza dell’imprenditore potrebbe emergere anche nel corso di indagini svolte nei confronti di soggetti diversi (ad es., Cass., ord. 16 novembre 2016, n. 23391, ha ritenuto sussistere la legittimazione del P.M. con riguardo ad ipotesi in cui lo stesso aveva appreso dell'insolvenza della società nel corso di un procedimento penale pendente a carico di un terzo privo di cariche sociali, mentre Cass. 5 maggio 2016, n. 8977, era giunta alla medesima conclusione con riguardo a notizia appresa nel corso di indagini svolte dalla Guardia di finanza nei confronti di soggetti diversi o collegati all'imprenditore medesimo).

Il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (d. lgs 12 gennaio 2019, n. 14), muovendo da tale orientamento e in ossequio ad una specifica disposizione della legge delega, ha riscritto l’art. 7, l. fall., disciplinando l’iniziativa del p.m. nell’art. 38 del Codice.

La nuova norma prevede dunque che il pubblico ministero presenti ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale:

  1. in ogni caso in cui abbia notizia dell’esistenza dello stato di insolvenza;
  2. su segnalazione dell’autorità giudiziaria che rileva l’insolvenza nel corso di un procedimento.

Come si può notare, dunque, la nuova disciplina ha inteso sgombrare il campo da ogni possibile incertezza in merito alla legittimazione del p.m., slegandone completamente l’iniziativa sia dalla preventiva esistenza di un procedimento penale, sia dall’individuazione di specifiche condotte rivelatrici di possibile insolvenza.

Stando così le cose, si comprende allora come mai il Codice abbia previsto, nell’ambito del nuovo procedimento unitario per l’accesso alle procedure di regolazione della crisi o dell’insolvenza, che la domanda del debitore debba essere in ogni caso trasmessa al pubblico ministero (art. 40, co. 3) e che, in caso di rinuncia della domanda, permanga comunque in capo al p.m. la legittimazione a richiedere l’apertura della liquidazione giudiziale (art. 43).

Inoltre, per consentire il tempestivo esercizio dell’iniziativa per l’apertura della liquidazione giudiziale, il p.m. è divenuto il destinatario di una serie di comunicazioni e relazioni informative.

Tra queste si segnala, per novità e importanza, quella prevista nell’ambito delle procedure d’allerta.

L’art. 22 prevede infatti che,

  1. qualora il debitore, convocato dall’OCRI non compaia,

oppure,

  1. dopo l’audizione innanzi al l’OCRI, non presenti istanza di composizione della crisi,

o, ancora,

  1. all’esito delle trattative con i creditori, non depositi domanda di accesso ad una procedura di composizione della crisi o dell’insolvenza,

ne venga data tempestiva notizia al p.m. per l’esercizio dell’eventuale richiesta di apertura della liquidazione giudiziale.

focus crisi d'impresa e ristrutturazioni - fallimento: le trascrizioni eseguite dopo l’apertura della procedura non sono opponibili ai creditori

05 Aprile 2019

Disciplina delle formalità non opponibili nel fallimento e nella liquidazione giudiziale - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

L’art. 145 del Codice della crisi, così come l’attuale art. 45, l. fall., dispone che le formalità eseguite dopo l’apertura della procedura sono senza effetto rispetto ai creditori. Tale norma impone particolare cautela quando si acquistano immobili o automezzi da imprese che potrebbero essere sottoposte a procedure concorsuali.

Con l’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza si assisterà, almeno per i prossimi anni, a una convivenza tra «vecchie» e nuove norme. Inoltre, sebbene la disciplina della nuova liquidazione giudiziale contenga importanti novità rispetto al fallimento, scorrendo gli articoli della “nuova” norma si ritrovano molte disposizioni già contemplate dalla attuale Legge fallimentare, spesso persino espresse nella medesima formulazione lessicale.

È questo il caso dell’art. 45, l. fall., che viene riproposto, sostanzialmente identico all’art. 145 del Codice, pertanto quanto di seguito indicato in caso di fallimento potrà considerarsi valido anche per liquidazione giudiziale di prossima entrata in vigore.

La norma in commento, uno degli articoli meno noti ai non addetti ai lavori, dispone che le formalità necessarie per rendere opponibili gli atti ai terzi, se compiute dopo la data della dichiarazione di fallimento, sono senza effetto rispetto ai creditori.

Secondo gli interpreti, l’espressione “formalità” usata dal legislatore è volutamente generica e tale da includere:

  • adempimenti formali (quali la trascrizione di atti di vendita di immobili o di mobili registrati, o l’iscrizione di ipoteche);
  • operazioni materiali (quali la consegna);

§ dichiarazioni negoziali o comunicazioni (per es., in caso di cessione del credito, l’accettazione del debitore ceduto o la notifica nei suoi confronti dell’avvenuta cessione)1.

Per quanto riguarda gli atti di trasferimento dei beni immobili e dei beni mobili registrati (tra cui rientrano anche i trasferimenti di proprietà di autoveicoli iscritti nel pubblico registro automobilistico2), la mancata trascrizione dell’atto, prima della sentenza dichiarativa di fallimento, comporta l’inefficacia del trasferimento stesso nei confronti dei creditori del fallimento.

In altri termini, è come se il trasferimento non fosse mai avvenuto e l’incauto acquirente, se già in possesso del bene, dovrà procedere a restituirlo al curatore fallimentare3.

Tale inefficacia, tuttavia, è relativa, ovvero opera solamente nei confronti dei creditori e permane fino a quando rimane aperta la procedura4. Se pertanto questa dovesse chiudersi (per esempio a seguito della revoca del fallimento) la trascrizione dell’atto di vendita riprende piena efficacia nei confronti delle parti e dei terzi5.

Si badi inoltre che:

  1. la sola circostanza che l’atto abbia data certa non è di per sé sufficiente a rendere l’atto opponibile al fallimento6;
  2. l’inefficacia opera dalla data di pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento nel Registro delle imprese e non dall’eventuale trascrizione della sentenza nei pubblici registri7.

Quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza e deve spingere chi intende acquistare un immobile o un bene mobile registrato da una società a procedere con particolare cautela, verificando, prima di effettuare l’acquisto, se la società sia sottoposta a fallimento. In questo caso, infatti, potrebbe rischiare non solo di vedersi costretto a restituire il bene al curatore, ma anche di perdere le somme di denaro versate.


1 Così L. Calvosa – G. Giannelli – F.Guerrera – A. Paciello – R. Rosapepe, Diritto fallimentare [manuale breve], Milano, 2017, p. 242.
2
 Vedi P. Genoviva, Gli effetti patrimoniali del fallimento per il fallito, in G. Fauceglia – L. Panzani, Fallimento e altre procedure concorsuali, Tomo I, Torino, 2009, p. 459.

Per quanto riguarda l’obbligo di restituzione si veda, P. Genoviva, Cit., p. 459, che cita in giurisprudenza Cass. 16 novembre 2007, n. 23784, in Fall., 2008, p. 354; Cass. 28 giugno 2004, n. 11958; Cass. 28 maggio 2003, n. 8545; Cass. 5 luglio 2000, n. 8964, in Fall., 2001, p. 420; Cass. 17 marzo 2000, n. 3106, ivi, 2001, p. 199; Trib. Bologna 22 giugno 1996, ivi, 1996, p. 1238; Trib. Torino 10.5.1994, ivi, 1994, p. 878; Trib. Milano 20 maggio 1991, ivi, 1991, p. 860.

4
 Così L. Calvosa – G. Giannelli – F.Guerrera – A. Paciello – R. Rosapepe, Cit., p. 243.

5
 In tal senso si veda in dottrina P. Pajardi, Manuale di diritto fallimentare, Milano, 1998, p. 225; con la conseguenza, rilevata da C. Costa, Gli effetti del fallimento sul fallito, in G. Ragusa Maggiore – C. Costa (trattato diretto da), Le procedure concorsuali – Il fallimento, Torino, 1997, Tomo II, p. 18, e ripresa da P. Genoviva, Cit., p. 458, che le formalità non opponibili al fallimento riprendono efficacia dopo la chiusura della procedura.

6
 In giurisprudenza si segnala Cass. 20 ottobre 2015, n. 21273, in Fall., 2016, p. 874; Cass. 17 marzo 2000, n. 3106, in Fall., 2001, p. 199, secondo cui l’opponibilità al fallimento del venditore di un suo atto di vendita immobiliare postula non solo che l’atto medesimo abbia data certa a norma dell’art. 2704, cod. civ., ma anche che sia trascritto in data anteriore all’apertura della procedura concorsuale. Nello stesso solco Trib. Bologna 22 giugno 1996, in Fall., 1996, p. 1238.
 
7
 In quanto, rileva L. Guglielmucci, Diritto fallimentare La Nuova disciplina delle procedure concorsuali giudiziali, Torino, 2006, p. 101, è da tale data che si producono gli effetti del fallimento nei confronti dei terzi, con l’ulteriore conseguenza che, chi ha acquistato prima e trascritto dopo il fallimento, ma anteriormente all’iscrizione della sentenza nel registro delle imprese, prevale se in buona fede al momento della trascrizione; dello stesso avviso N. Rocco di Torrepadula, sub art. 45 in A. Jorio (diretto da), Il nuovo diritto fallimentare, tomo I, Bologna, 2006, p. 733; ritiene invece che gli effetti dello spossessamento vadano riferiti alla data di deposito della sentenza dichiarativa di fallimento M. L. De Rosa, Gli effetti del fallimento per il fallito: effetti patrimoniali e rapporti sostanziali, in O. Cagnasso – L. Panzani (diretto da), Crisi d’impresa e procedure concorsuali, Torino, 2016, Tomo I, p. 1001.   

focus crisi d'impresa e ristrutturazioni - il nuovo codice della crisi e la relazione aggiornata sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’impresa

26 Marzo 2019

Quando occorre redigerla e come - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

Il nuovo Codice della crisi, così come la “vecchia” Legge fallimentare, contempla una serie di casi in cui è richiesto il deposito di una relazione aggiornata sulla situazione dell’impresa: ecco quando deve essere predisposta e come.

L’attuale Legge fallimentare (ancora applicabile a tutte le procedure aperte e a quelle che si apriranno da qui al prossimo 15 agosto 2020) prevede il deposito di una relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa qualora si voglia presentare:

  1. una proposta di concordato preventivo (art. 161, l. fall.);
  2. una richiesta di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti (art. 182 bis, l. fall);
  3. un’istanza di sospensione volta a ottenere il divieto di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive sul patrimonio dell’impresa, quando siano in corso trattative per giungere ad un accordo di ristrutturazione dei debiti (art. 182 bis, co. 6, l. fall).

Un simile obbligo non è invece previsto in caso di richiesta di fallimento in proprio, dove l’art. 14, l. fall., prescrive unicamente il deposito dello stato analitico delle proprie attività e l’elenco dei creditori (oltre agli ultimi tre bilanci d’esercizio).

Il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, recentemente introdotto con il d. lgs n. 14/2019, prevedendo un unico modello processuale per l’accertamento dello stato di crisi o di insolvenza del debitore, ha esteso i casi in cui viene richiesto il deposito di una relazione aggiornata sulla situazione dell’impresa.

Così, la predisposizione di una relazione aggiornata sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’impresa è ora prevista:

  1. quando l’imprenditore in stato di crisi intenda avvalersi dell’assistenza dell’organismo di composizione della crisi d’impresa (OCRI) istituito presso la camera di commercio per tentare di trovare una soluzione concordata della crisi (art. 19, co. 2, Codice della crisi);
  2. quando l’imprenditore in stato di crisi o d’insolvenza intenda predisporre un piano di risanamento della sua posizione debitoria ai sensi dell’art. 56, C.d.C.
  3. in generale, per l’accesso a qualsiasi procedura di regolazione della crisi o dell’insolvenza (art. 39, CdC): sia essa una richiesta di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti (art. 57), una proposta di concordato minore (art. 74), una proposta di concordato preventivo (art. 87), oppure di liquidazione giudiziale (l’attuale fallimento);
  4. quando il debitore intenda costituirsi nel procedimento di apertura della liquidazione giudiziale promosso a suo carico da un suo creditore o dal pubblico ministero (art. 41, CdC);
  5. quando l’erede chieda l’apertura della liquidazione giudiziale dell’imprenditore defunto (art. 34, co. 3, CdC).

Ma, in cosa consiste questa “relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria”?

Il nuovo Codice della crisi d’impresa, così come prima la Legge fallimentare, non lo specifica, tuttavia l’espressione utilizzata dal legislatore richiama alla mente il secondo comma dell’art. 2423, cod. civ., dove si legge che il bilancio d’esercizio deve rappresentare in modo veritiero e corretto “la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio”. Da questa similarità con il bilancio d’esercizio si possono allora tracciare delle linee guida per la predisposizione della relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa. Ecco gli elementi sostanziali:

  • anzitutto, non sembra ci si possa limitare a produrre una semplice situazione contabile (c.d. bilancio di verifica), ma sarebbe viceversa necessario predisporre una vera e propria situazione infrannuale con rilevazione di tutte le scritture di rettifica e assestamento (valutazione delle rimanenze, ammortamenti, ratei e risconti, ecc.);
  • per agevolare la comparazione con i dati pregressi, le voci dovrebbero essere valutate con gli stessi criteri adottati nell’ultimo bilancio d’esercizio (ovvero secondo valori di funzionamento se nell’ultimo esercizio l’attività d’impresa era ancora in corso, ovvero secondo valori di realizzo se la società era già stata posta in liquidazione);
  • i valori patrimoniali e reddituali dovrebbero essere presentati utilizzando la stessa classificazione delle poste dello stato patrimoniale e del conto economico del bilancio d’esercizio delle società di capitali (anche al fine di rendere più immediata la comparazione tra la situazione aggiornata ed i bilanci passati);

§ gli schemi di stato patrimoniale e conto economico dovrebbero venire opportunamente accompagnati da un documento descrittivo che, come la nota integrativa nel bilancio d’esercizio, illustri il contenuto delle singole poste ed i criteri di valutazione adottati.  

La relazione, viceversa, non necessariamente dovrà riferirsi allo stesso arco temporale preso a riferimento per la redazione del bilancio d’esercizio, ma potrà abbracciare un periodo inferiore nell’eventualità (assai frequente) che l’accesso ad una procedura concorsuale avvenga in corso d’anno e dunque non alla fine dell’esercizio sociale.

Focus crisi d’impresa e ristrutturazioni - Immobili da costruire e crisi dell’impresa costruttrice

19 Marzo 2019

Dal 16 marzo 2019 più tutele per l'acquirente - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

Ecco le tutele previste dalla legge a favore di chi desidera acquistare un immobile da costruire per sé o per un proprio parente, comprese le novità introdotte dal d. lgs n. 14/2019, in vigore dal 16 marzo.

Spesso acquistare un’abitazione da costruire, direttamente dall’impresa, può rivelarsi un buon affare. Questo perché, risparmiando sugli oneri finanziari dei prestiti solitamente erogati dagli istituti di credito, il costruttore riesce a offrire l’immobile a un prezzo di vendita inferiore. Inoltre, per il “semplice” fatto che i lavori di costruzione siano ancora in corso d’opera, l’acquirente ha la possibilità di richiedere eventuali varianti e rendere l’abitazione più consona ai propri desideri e bisogni.

Talvolta, purtroppo, il sogno di una nuova casa si tramuta in un incubo quando l’impresa costruttrice fallisce e l’acquirente si ritrova, non solo senza immobile, ma anche senza la certezza di riuscire a ottenere il rimborso totale di quanto eventualmente già versato.

Per scongiurare un simile rischio, il legislatore si è mosso sin dal 2004 emanando prima una legge delega (legge 2 agosto 2004, n. 210) e poi un decreto attuativo (d. lgs n. 122/2005) aventi come obiettivo proprio quello di tutelare l’acquirente, persona fisica, che desidera acquistare, per sé o per un proprio parente di primo grado, un immobile da costruire.

Infatti, l’art. 2 del d. lgs n. 122/2005 prevede anzitutto che, all’atto della stipula del contratto preliminare di vendita, il costruttore debba obbligatoriamente rilasciare una fideiussione a favore dell’acquirente a garanzia del rimborso delle somme versate e di quelle ancora da versare. In caso di mancata consegna della fideiussione, il preliminare può essere dichiarato nullo, ma solo su richiesta dell’acquirente (nullità relativa).

Inoltre, come previsto dal successivo art. 4, in sede di stipula dell’atto definitivo il costruttore deve rilasciare all’acquirente una polizza assicurativa indennitaria decennale a favore dell’acquirente stesso a copertura dei danni materiali e diretti all’immobile, a garanzia del fatto che la costruzione sia stata eseguita a regola d’arte.

Il d. lgs n. 14/2019 di recente pubblicazione, oltre a introdurre il nuovo Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza, ha voluto rafforzare le tutele già previste dal citato d. lgs n. 122/2005 prevedendo che:

  1. il preliminare di vendita, e quindi non solo l’atto definitivo di trasferimento, debba essere obbligatoriamente redatto per atto pubblico o mediante scrittura privata autenticata (consentendo, in questo modo, al notaio di svolgere un controllo di legalità sull’adempimento dell’obbligo di rilascio della fideiussione, senza la quale l’atto non verrebbe stipulato);
  2. la mancata consegna della fideiussione in sede di stipula del preliminare ne determina la nullità (relativa), così come anche la mancata consegna della polizza indennitaria decennale all’atto della stipula del contratto definitivo di vendita ne determina la nullità (anche in questo caso, relativa, ovvero dichiarabile solo se richiesta dell’acquirente);
  3. l’acquirente che, non avendo ricevuto la polizza indennitaria alla stipula dell’atto definitivo di vendita, intenda recedere dal contratto può escutere la fideiussione e recuperare interamente le somme versate

Le novità appena esaminate si applicano ai contratti aventi a oggetto immobili da costruire per i quali il titolo abitativo edilizio sia stato richiesto o presentato successivamente al 16 marzo 2019.

Focus crisi d’impresa - Acquistare gli immobili all’asta

11 Marzo 2019

Il funzionamento del portale delle vendite pubbliche - di Gualtiero Terenghi, Reparto crisi d'impresa e ristrutturazioni

Il nuovo Codice della crisi punta sul Portale delle Vendite Pubbliche. Il sistema, già attivo per le procedure esecutive, rende più semplice cercare gli immobili in vendita e partecipare alle aste: ecco come. 

Il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, che entrerà in vigore il prossimo 15 agosto 2020, prevede che nella liquidazione giudiziale le vendite dei beni avvengano con modalità telematiche, tramite il Portale delle Vendite Pubbliche (P. V. P.). In realtà, il P.V.P. è già attivo da febbraio 2018 e accoglie tutti gli annunci di vendita relativi alle procedure esecutive individuali di tutti i tribunali italiani.

Il P.V.P. (https://pvp.giustizia.it/) funge dunque da motore di ricerca per le inserzioni e permette di prenotare le visite all’immobile. L’accesso avviene mediante carta d’identità elettronica o carta nazionale dei servizi oppure tramite smart card. Il soggetto interessato a visionare un immobile posto in vendita deve inoltrare la richiesta esclusivamente attraverso il P.V.P. tramite la funzione «prenota visita immobile» presente all’interno di ogni annuncio. La richiesta verrà trasmessa al custode nominato dal Giudice, il quale entro quindici giorni dovrà consentire di esaminare i beni in vendita. La vendita, in virtù di quanto stabilito dal giudice, può avvenire attraverso una delle tre differenti procedure di seguito elencate e relative modalità. Si tratta di:

  • sincrona telematica: le offerte devono essere presentate esclusivamente in via telematica e la gara avviene sul portale web del gestore della vendita con gli offerenti connessi contemporaneamente in tempo reale tramite la piattaforma del gestore stesso;
  • asincrona telematica: anche in questo caso, le offerte devono essere presentate esclusivamente in via telematica e la gara avviene sempre sul portale web del gestore, tuttavia questa dura un tempo predeterminato senza la simultanea connessione del giudice o del referente della procedura con avviso agli offerenti di ogni rilancio e, al termine della gara, della maggior offerta formulata;
  • sincrona mista: le offerte possono essere presentate sia con modalità telematica sia con modalità cartacea presso il luogo (cancelleria del tribunale o studio del professionista delegato) indicato nell’avviso di vendita e la gara si tiene simultaneamente sia sul sulla piattaforma digitale del gestore, sia in apposita sala d’aste alla presenza degli offerenti, che hanno presentato offerta cartacea.

Le offerte telematiche possono essere presentate esclusivamente mediante il modulo «offerta telematica» del Ministero di Giustizia raggiungibile tramite il link «invia offerta» presente nella scheda di dettaglio del bene del gestore della vendita telematica. L’invio dell’offerta può avvenire tramite una speciale casella p.e.c. rilasciata da un gestore iscritto in un apposito registro ministeriale oppure tramite una normale casella p.e.c. nel caso in cui l’offerta sia firmata digitalmente. L’offerta si intende effettivamente depositata solo dopo che sia stata generata la ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore della p.e.c. del Ministero della Giustizia. Almeno 30 minuti prima dell’inizio delle operazioni di vendita, il gestore invia all’indirizzo p.e.c. utilizzato per la trasmissione dell’offerta le credenziali per connettersi alla vendita e al proprio portale e dunque partecipare all’asta.

Focus contenzioso tributario - INDAGINI FINANZIARIE SU C/C DEI PROFESSIONISTI

11 Marzo 2019

Per la CTP di Brescia sono solo presunzioni semplici - di Davide Grasselli, Reparto contenzioso tributario

La Commissione tributaria Provinciale di Brescia, sez. I, con sentenza n. 790 del 13 novembre 2018, depositata il 4 dicembre 2018, ha ritenuto illegittimo un avviso di accertamento supportato dalle sole indagini finanziarie, effettuate su un conto corrente di un professionista, ponendosi al di fuori di un orientamento già consolidato della Cassazione.

Secondo i giudici della Suprema Corte, infatti, le indagini finanziarie sarebbero assistite da una presunzione legale relativa e pertanto, ai fini della prova contraria, non sarebbe sufficiente una dimostrazione generica circa ipotetiche causali dell’affluire di somme sui conti correnti, ma occorrerebbe viceversa che il contribuente fornisse la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già evidenziate nelle dichiarazioni. In altre parole, sulla estraneità delle somme alla sua attività, con conseguente non rilevanza fiscale delle stesse. Il contribuente sarebbe pertanto tenuto a offrire una prova piena e non un’altra presunzione, ovvero un’affermazione di carattere generale.

Secondo i giudici bresciani, invece, è vero che prelievi e versamenti su conti non destinati all’attività professionale possono essere indice di compensi e spese non annotate, ma è altrettanto vero che dette presunzioni semplici necessitano di ulteriori prove. Per concludere, l’avviso, essendo fondato meramente sulle risultanze di indagini bancarie, deve ritenersi illegittimo e va annullato. (Nel merito il ricorrente aveva documentato in modo dettagliato e non generico i versamenti oggetto di contestazione).